vini e aziende vinicole

 

VINO DELLA TOSCANA

vin santo del chianti
vin santo del chianti classico
vin santo di carmignano
vin santo di montepulciano
vin santo di monteregio di massa marittima
vini alta valle del greve
vini bolgheri
vini brunello di montalcino
vini candia dei colli apuani
vini carmignano
vini chianti classico
vini chianti colline pisane
vini colli dell'etruria centrale
vini colli della toscana centrale
vini colli di luni
vini colline lucchesi
vini elba
vini maremma toscana
vini montecarlo
vini montescudaio
vini morellino di scansano
vini moscadello di montalcino
vini orcia
vini parrina
vini san gimignano
vini sant'antimo
vini toscana o toscano
vini val d'arbia
vini val di cornia
vini val di magra
vini valdichiana
vini vernaccia di san gimignano
vino ansonica costa dell'argentario
vino barco reale di carmignano
vino bianco dell'empolese
vino bianco della val di nievole
vino bianco di pitigliano
vino bianco pisano di san torpè
vino rosso di montalcino
vino rosso di montepulciano








RELATED LINK

vino del friuli
vino del lazio
vino del molise
vino del piemonte
vino del trentino
vino del veneto
vino dell emilia romagna
vino dell umbria
vino della basilicata
vino della calabria
vino della campania
vino della liguria
vino della lombardia
vino della puglia
vino della sardegna
vino della sicilia
vino delle marche
vino in abruzzo






vini e aziende vinicole

back home









HOME > VINI ITALIANI > VINO DELLA TOSCANA

VINI POMINO











TEXT CACHED
Arte e natura, vino e gastronomia, sport e divertimento: questo e molto altro ancora vi aspetta nella Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pomino.
pomino, produzione vinicola, sapido, pomino doc, rufina, vino toscano, sapore, chianti, tour, DOC, tradizione, corsi, strade, asciutto, vino, doc, viticoltori, specialità, il vino, toscana, genuini, firenze, tipici, tour per le strade del vino, vinicola, sapori, culinaria, chianti doc, vermentino, piatti, strade del vino, vino
Siamo nel regno del Chianti Rùfina Docg e del Pomino Doc, due vini di diversa personalità e caratteristiche, entrambi conosciuti e apprezzati da secoli.
Una delle caratteristiche più interessanti della Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pomino data dalla sua estrema vicinanza a Firenze, che la rende fruibile anche per brevi escursioni giornaliere.
In questo paesaggio ancora tutto da scoprire nata la Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pomino, della quale fanno parte sedici aziende vitivinicole e alcuni ristoranti, agriturismi, artigiani e agenzie di servizio.
Strade del Vino tour Consorzio chianti Rufine e Pomino Hotel del circuito strade del Vino Ville e appartamenti lungo le strade del vino.
Ma la zona di produzione del Chianti Rùfina non nota soltanto per i suoi vini, perché la tradizione gastronomica locale una delle più affascinanti dell'intera Toscana.
Non solo vino, dunque, nella Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pomino.
Parlando con i produttori, dunque, il turista entra in contatto con dei personaggi che hanno vissuto la storia dei luoghi e che conoscono alla perfezione gli usi, i costumi e le tradizioni di questa magica terra che dà vita a grandi vini.
Pernotterete nelle più belle strutture alberghiere della Toscana, degustando alcuni tra i vini più famosi del mondo.
Cultura Toscana - Chianti Rufina e Pomino DOC
Tuscany Charming :::...::: Cultura Toscana - Chianti Rufina e Pomino DOC
Ciò che tuttavia rende il percorso particolarmente stimolante sono le diverse realtà che si incontrano nelle sedici aziende vitivinicole che fanno parte della Strada.
Questa un'altra delle peculiarità della Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pomino: i produttori vitivinicoli sono infatti tutti originari della zona, e le loro tradizioni familiari affondano le proprie radici nella storia del territorio.



vino, chianti, rufina, pomino, toscana, vino, tour, strade del vino, strade, tour per le strade del vino, rufina, chianti doc, pomino doc, DOC, vino, vinicola, viticoltori, sapore, asciutto, sapido, vermentino, produzione vinicola, il vino, vino toscano, toscana, corsi, piatti, tipici, tradizione, culinaria, specialità, sapori, genuini, chianti, firenze, docvalutazione:
contenuti: chianti doc, vino toscano, rufina, firenze, tradizione, corsi, vinicola, vino, vermentino, chianti, il vino, strade, sapori, specialità, strade del vino, produzione vinicola, doc, genuini, sapido, tour, pomino, pomino doc, DOC, viticoltori, piatti, tour per le strade del vino, tipici, culinaria, sapore, toscana, vino, asciutto




TEXT CACHED
Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pomino
I Prodotti che sono sotto la tutela di tale denominazione sono il Chianti Rùfina Docg ed il Pomino Doc.
Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pomino - Youritaly - Portale Turistico
La Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pomino comprende i comuni di Dicomano, Rufina, Pontassieve, Pelago e fra gli enti partecipanti ci sono il Consorzio Chianti Rufina, la Provincia di Firenze, la Cciaa di Firenze e la Comunità Montana della Montagna Fiorentina.
, Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pomino
I due vini Doc che si producono ossia la Doc Pomio e il Vin Santo hanno entrambi la versione Rosso e Bianco.



Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pominovalutazione:
contenuti: Strada dei Vini Chianti Rùfina e Pomino




TEXT CACHED

vini Pomino
Caratteristiche organolettiche: colore rosso rubino vivace con sfumature granato piu' o meno intense, secondo l'invecchiamento; profumo vinoso, intenso e caratteristico, che si affina per effetto dell'esterificazione secondo l'invecchiamento; sapore asciutto, armonico, robusto, leggermente tannico nei prodotti giovani, piu' vellutato in quelli invecchiati.
Abbinamenti :vino da meditazione e da dolci secchi, pasticceria da forno, ciambelline al vino, ciambelloni.



valutazione:
contenuti: vini pomino




TEXT CACHED
La posta in gioco non era di poco conto: si trattava di conquistare un più vasto mercato popolare, di sui mercati d'Italia", attraverso un aumento produttivo, che abbassasse il prezzo del vino, mentre la possibilità di allargamento delle prospettive commerciali andava affidata anche al miglioramento qualitativo del prodotto.
Anche nell'azienda di Pomino la produzione migliore era scarsa e limitata ai poderi della zona di Borgo e di S.
Ma leggiamo le motivazioni di Vittorio, illustrate in una lettera di presentazione dei saggi inviata alla commissione giudicante, dalla quale emerge chiaramente la qualità e razionale del suo approccio ed una mentalità da agronomo consapevolemte impegnato nel progresso agrario: spesso avendo udito lamentare i pochi vantaggi, che trar si possono per la Enologia dai concorsi limitati all'assaggio di vini posti a semplice mostra, volli, per quanto potevo, nell'adire al Concorso presentare oltre ai miei migliori vini, una serie di saggi comparativi, frutto di culture sperimentali condotte più specialmente nel mio possesso a Pomino da qualche anno.
Posta la vocazione climatica e ambientale della Toscana per il vino, egli afferma nella sua che colpa [delle basse produzioni] é davvero soltanto nostra".
Con questi rimboschimenti Vittorio avviò un vero e proprio processo di riconversione sia produttiva che ambientale nei territori alpestri dell'azienda pominese, attivando in pratica - di fronte alla perdurante crisi dell'allevamento ovino causata, a partire dagli anni 20-30 dell'Ottocento, dalla caduta dei prezzi dei prodotti zootecnici e dalle successive oscillazioni con tendenza sempre al ribasso - la dismissione della pastorizia" della prima metà dell'Ottocento e, al contempo, la valorizzazione e l'incremento del patrimonio boschivo, per cui ampi spazi pasturativi, sodivi e prativi cominciarono ad essere occupati (o rioccupati rispetto ad una originaria facies forestale) dalla fustaia di abete e di pino.
), una volta esauritosi, con la morte dell'ultimo Albizi, l'impulso verso la viticoltura esclusiva, aveva dato slancio al processo di "salita al monte" delle maglie viticole consociate ai frutti e ai seminativi, e quindi circoscritte nell'ambito agrario della promiscua e dell'ordinamento mezzadrile, determinando un forte rialzo delle produzioni poderali di vino - pressochè raddoppiate tra gli anni 70 dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento e cresciute dai 385 ettolitri annui del 1849-52, ai 1050 circa del 1870-76, nonostante che nel frattempo (1853) si fosse abbattuta la crittogama - nonchè la continuazione di quell'innovazione produttiva - estranea fino ad allora alla tradizione locale, legata alla "preveggenza" di Vittorio, che ne aveva saputo cogliere le grandi potenzialità, e foriera di successivi cospicui sviluppi - relativa al "bianco pominese".
I saggi di Pomino, presentati alla commissione, venivano distinti a seconda dei vitigni, da cui erano stati ottenuti, e delle fasce altimetriche (una bassa, tra i 350 e i 500 metri d'altezza, una media, tra i 500 e i 600, e una alta, oltre i 600).
Egli illustrò le basi teoriche del suo programma nell'anzidetta Memoria sulla produzione del vino in Italia del 1867.
Albizi non fu presentato alcun saggio di vino di Pomino della zona alta, e ne spiegò la ragione col far noto, che esso é sempre scadente e non raggiunge che prezzi infimi.
Fu in sostanza l'iniziatore dell'attuale indirizzo selvicolturale dell'azienda della Consuma dei Frescobaldi, che negli anni 20 del Novecento si separò da quella di Pomino.
Al suo progetto di viticoltura specializzata submontana Vittorio aveva cercato di dare corpo fin dal 1861 nella fattoria di Pomino dove dette il via all'impianto di vigneti in una fascia compresa tra i 500 e i 650-700 metri di altezza, secondo lo schema da lui proposto di una regione viticola oltre i limiti dell'olivo mantenuta comunque nel quadro della compartecipazione.
Egli é stato il precursore degli ordinamenti produttivi attuali: con le vigne ha anticipato di un secolo l'indirizzo vitivinicolo dei nostri giorni; con l'avvio dei rimboschimenti ha indicato la strada da percorrere per lo sviluppo del settore forestale, che, in risposta alla crisi della pastorizia, doveva creare (ed effettivamente ha creato) una nuova opportunità economica nei settori alpestri, dove ha corroso, fino ad estinguere oggi quasi totoalmente, le grandi praterie, un tempo dominanti l'assetto montano della fattoria di Pomino.
Negli anni 60-70 dell'Ottocento lo scenario internazionale era favorevole alla viticoltura dati gli alti prezzi spuntati dal vino in seguito alla forte contrazione produttiva causata dalla crittogama o oidio che, soprattutto nelle annate 1852 e 1853 fece perdere gran parte del raccolto e del patrimonio viticolo.
Le due zone (media ed alta) del suo esteso possesso a Pomino si é riscontrato, che non danno che prodotti scadenti per la difficoltà della maturazione delle uve, e per la rigidezza che subisce il clima all'epoca delle vendemmie.
Immediate contromisure erano state prese con la diffusione della pratica della zolfatura e ramatura delle viti (che vediamo già attiva a Pomino nel 1856-57) e con l'immediato impulso alla ricostituzione del precedente livello di arborato mediante l'impiego di propaggini (talee di vite ottenute piantando in terra e facendo riemergere i lunghi tralci della pianta madre): un sistema tradizionale ma sufficientemente efficace (laddove non si puntasse su un "irrobustimento" selettivo dei vitigni), allora possibile non essendo ancora sopraggiunta quell'infezione fillosserica che, a partire dal primo Novecento, renderà obbligato l'innesto di ogni magliolo sul ceppo di vite americana per difesa dalla parassitosi radicale.
Il periodo 1874-76, che precede la morte di Vittorio, presenta un raccolto medio annuo di 146 ettolitri, pari al 12-13% di quello poderale, mentre alle vigne iniziali si sono aggiunte, dal 1870, quelle di Prataccio, Prato a Pomino, Rena, Bottega e delle Terrazze.
Questi due ultimi vitigni rendevano il vino della zona medio-alta particolarmente profumato ed aromatico; in particolare il Syrrah dava saggi di resultato" e per gusto, aroma e rotondità" nonchè per e delicatezza" risultando in sostanza avere stoffa" e presentare eccellenti per una sostituzione" parziale o totale ai vitigni nostrali nella zona media; adatta alla sostituzione era anche la consociazione tra il Syrrah - comunque percentualmente maggioritario - e i vitigni del Cabernet (che contribuiva a dare aroma e profumo) e del Carmenet (che dava robustezza e rotondità).
Infatti, oltre al limite climatico, i suoli individuati da Vittorio, posti a monte dell'abitato di Pomino, soffrivano di una certa povertà ed eccessiva acidità di humus, nonchè della tendenza ad inaridirsi, derivando dal disfacimento della formazione arenacea e presentando quindi un prevalente tenore siliceo e micaceo con poca argilla.
Fino da molto tempo [almeno dall'avvio dei vigneti a Pomino] ho acquistato invece la convinzione che vi é una via che può condurci col tempo alla meta senza disturbo delle nostre pratiche agrarie, e questa é la creazione di una regione viticola oltre il limite delle attuali coltivazioni dell'ulivo mediante la cultura esclusiva di varietà di vitigni a maturazione precoce, sia che le possiamo scerre fra le nostre, sia che le dobbiamo imprestare all'estero.
rilevante é la serie di saggi presentati da Vittorio degli Albizi alla commissione: ben 23 per il Pomino rosso, 13 per il Pomino bianco e 14 per il Nipozzano rosso (la fattoria di Nipozzano si estende sui bassi e medi contrafforti del monte della Consuma, nel varsante destro del crinale compreso tra Sieve, Arno e Vicano di Pelago, arrivando ugualmente ad altitudini sui 600 metri), a dimostrazione di un impegno di sperimentazione enologica accurata e consapevole che non voleva lasciare nulla al caso, tanto che per il saggio di maggiore impatto sperimentale, del tutto fondato sulla tradizione enologica francese - quello, per il di Pomino, composto di tutte uve estere (Gamais, Syrrah, Pinot, Carmenet e Cabernet) coltivate nella zona medio-alta - se ne fanno due campioni, l'uno conservato in damigiane prima di passarlo in bottiglie, e l'altro imbottigliato nel 1874 passando direttamente dalla botte alla bottiglia.
Si trattava di giudicare della qualità del vino bainco pominese, che per merito suo aveva visto la luce, e della possibilità di ovviare agli scadenti caratteri organolettici del "rosso" prodotto nella zona sopra Palagio, attraverso la parziale o totale sostituzione dei vitigni nostrali con quelli francesi a maturazione precoce.
Gli ultimi quattro anni della vita di Vittorio degli Albizi rappresentano il culmine della sua attività di enologo ed imprenditore e sono segnati da importanti riconoscimenti e premi per il vino da lui prodotto a Pomino: nel 1873 all'esposizione universale di Vienna il vino della fattoria ottiene un prestigioso attestato di qualità; nel 1875 il riporta la medaglia d'oro al concorso regionale; nel 1878, ad un anno dalla morte di Vittorio, arriva un altro riconoscimento all'esposizione universale di Parigi.
Vittorio diventava così il precursore ottocentesco (nel caso del il vero e proprio fondatore") per i futuri indirizzi agronomici della fattoria di Pomino nel II dopoguerra, una volta il fenomeno dell'esodo colonico e affermatasi la necessità della riconversione produttiva basata sui vigneti specializzati, sulla razionale integrazione tra vitigni nostrali e francesi per il "rosso" (con predominio dei nostrali) e sull'utilizzo di quelli di origine francese per il (vitigni comunque tutti migliorati dalla selezione clonale rispetto agli originari introdotti dall'ultimo rampollo Albizi).
Il mio possesso di Pomino, che si stende sul fianco di uno dei tanti sproni dell'Appennino esposto a mezzogiorno ponente, produce nella sua parte più bassa un vino molto apprezzato in paese e decantato anco dal poeta Redi [nel poema in Toscana"].
Sorretto da una ferrea fiducia, tipicamente liberistica, nelle possibilità di espansione del mercato agricolo nazionale ed internazionale (si era in un momento di congiutura agraria favorevole), Vittorio ripercorse a ritroso le orme dei suoi antenati, importando in Italia la tecnologia vitivinicola e lo spirito d'intrapresa dei francesi e riversando a Pomino larga parte del suo geniale impegno di agronomo e di imprenditore.
Gli estesi vigneti posti a monte della strada provinciale pominese, danno oggi un pregevole vino, che ha ottenuto la D.
Per la realizzazione del suo programma di valorizzazione enologica e di rivitalizzazione della viticoltura pominese Vittorio sperimentò nei nuovi vigneti, introducendoli dalla Francia e affiancandoli, per il vino nero, alle uve nostrali (Sangioveto, Canajolo nero e bianco, Trebbiano), i vitigni Petit Gamais de Beaujolais, Carmenet, Cabernet, Verdot, Pinot noir de la Borgogne, Syrrah de l'Ermitage.
La costanza del tipo nella consociazione di queste due uve era un elemento sicuro di prospero avvenire, ed a ciò si aggiunga il favore, con cui il commercio aveva accolto questo nuovo vino del March.
Il contributo dell'ultimo rampollo della illustre famiglia fiorentina al tentativo di rinnovamento dell'agricoltura e, in genere, del settore primario in Toscana riguardò principalmente il comparto vitivinicolo e quello forestale ed ebbe come epicentro la fattoria di Pomino in Valdisieve estesa sull'alto versante destro del torrente Rufina.

Il giudizio certamente che la Commissione ha emesso sui ricordati vini é relativo affatto alla località di Pomino, nella quale gli esperimenti si sono fatti; si errerebbe grandemente se si volesse dedurre, che dappertutto convenisse abbandonare i vitigni nostrali per sostituirvi gli esteri, ma ciò non toglie che anche da altri si debbano e si possano fare analoghi esperimenti, là dove la produzione giunge appena ad un merito ordinario, e vedere così di aumentare la quantità del prodotto atto alla esportazione sulla quale veramente riposa la prosperità economica di un paese.
Infatti, se all'intento di promuovere un più largo commercio del vino al di fuori dei confini d'Italia si collegava l'impegno verso il miglioramento qualitativo del prodotto, il raggiungimento di quei livelli quantitativi di produzione che fossero in grado di dare un maggior respiro all'offerta, incentivando anche la domanda grazie alla riduzione dei prezzi, implicava il superamento dei condizionamenti della policoltura e, soprattutto (di questo Vittorio doveva esserne senz'altro consapevole), significava il recupero e la rivitalizzazione agronomica di vaste superfici - altrimenti poste ai margini della produttività agricola - ai caratteri di un'agricoltura intensiva, di pregio e altamente specializzata in grado di affrontare da posizioni di forza la concorrenza sul mercato nazionale ed internazionale, fornendo una buona redditività e assicurando sul piano sociale un almeno parziale assorbimento di quel surplus di manodopera agricola che, proprio a fine Ottocento, stava assumendo dimensioni numeriche preoccupanti.
Non a caso tra i numerosi saggi di vino esaminati dalla commissione, quelli composti unicamente dalle tipiche uve pominesi raccolte nella zona bassa e media vengono buonissimi" e aroma" (da tener presente che si tratta di vini governati, mentre é il prodotto non governato a risultare robusto e mancante dei caratteri tipici del luogo"), ma per quanto riguarda le fasce altimetriche superiori (dai 600 metri in su) appariva assolutamente necessario il ricorso a vitigni esteri più acclimatati ad areali freschi, tanto che dal Sig.
Nel settore vitivinicolo, per limitarmi ai vitigni, si é avuto il miglioramento, grazie alla selezione clonale, di quelli nostrali e di quelli introdotti da Vittorio; inoltre, per il le uve Syrrah e Petit Gamais sono oggi usate in misura minima, servendo a dare soprattutto aroma al vino; per il "bianco" non é più usato il vitigno Roussanne (poichè dà un vino troppo mentre il Pinot bianco e grigio, il Sauvignon, ecc.
Albizi, che in poco tempo aveva esaurito tutta la produzione del 1872, la quale sotto il nome di Pomino Bianco riportò la medaglia d'oro al Concorso Regionale dell'anno scorso.
Questi si ergeva a protagonista di un progresso agronomico in territori colturalmente marginali, dando inizio a quella tradizione del vino bianco pominese oggi saldamente affermata nell'azienda di proprietà Frescobaldi.
In cantina bisogna procedere verso una corretta trasformazione del raccolto che assicuri l'affidabilità del vino in termini di enologico" (gusto, grado alcoolico, caratteri organolettici, ecc.
In primo luogo vi é, per Vittorio, la scarsità dei raccolti ("pressochè 100 litri per individuo" in Italia e litri per testa" in Toscana), imputabile congiunturalmente anche all'"invasione dell'oidium" che, "non solo scemò il prodotto in vino attaccando le uve, ma ha isterilito la pianta, distrutto gran parte delle vecchie coltivazioni ed infiacchito molte fra le giovani", per cui prezzo dei vini da diversi anni elevato é poco accessibile, in molte provincie, alle classi operaie" (50 centesimi al litro); in secondo luogo vi é il problema della corretta trasformazione e conservazione del prodotto, soprattutto in Toscana, ché, infatti, [.
Per quanto riguarda il Petit Gamais, questo forniva risultati solo in parte apprezzabili nella zona media (e scadenti in consociazione con Pinot nero), mentre riscontrò che il Gamais aveva molto guadagnato nella zona alta", dando di sè buona prova e fornendo corpo e sostanza al vino (ancorchè un certo gusto di e quindi migliorandone caratteri organolettici e grado alcoolico grazie a quella maturazione precoce che era il requisito principale ricercato da Vittorio per quelle uve destinate a migliorare la vinificazione a Pomino e a far salire la vite in altezza, alla conquista di territorio altrimenti agronomicamente si osserva [infatti] che la media della maturazione delle uve Petit Gamais e Petit Nicolas che compongono questo vino [di sole uve francesi raccolte nella zona alta] é il 24 settembre, mentre le uve nostrali in quella medesima zona maturano verso il 12 ottobre.
Tornando all'analisi di Vittorio, egli nota dunque una serie di limiti che condizionano le potenzialità di allargamento del mercato vinicolo ad un maggior consumo di massa, esteso alle classi popolari, che é nei suoi auspici: da un lato la scarsa quantità del prodotto (circa 80 litri pro capite in Toscana) che determina un abnorme rialzo dei prezzi, dall'altro la mediocrità di questo, per cui solo pochi risultano i vini di qualità, a causa di vistose carenze in termini di tecnologia agronomica e di trasformazione, tanto che il vino toscano, spesso ha in genere poca capacità di conservazione e di invecchiamento, oltre a presentare un gusto scadente e scarsa resistenza ai trasporti, durante i quali tende sovente a deteriorarsi.
Oggi però a noi non manca commercio sufficiente per il collocamento di abbondanti raccolti di vino.
Resultato di questi tentativi é pure la serie vino bianco di Pomino, che ho creduto poter presentare al concorso [del 1875 dove ottenne la medaglia d'oro] perchè più sicura e costante nei resultati, e perchè il commercio interno ed estero me lo ha molto favorevolmente accolto, e con questo non venivo ad usurpare cosa alcuna alla tradizione che di vino bianco in Pomino non s'era mai occupata.
Pei vini rossi ha presentato i prodotti del Pinot noir, del Petit Gamais, del Gamais Nicolas, del Syrrah, del Carmenet e del Cabernet; e pronunziandosi la Commissione sul merito di ciascuna uva é venuta nel concetto, che il Syrrah ed il Petit Gamais siano le due qualità alle quali possa chiedersi una sostituzione con associazione; e sebbene abbia nel seno della Commissione incontrato più favore il Syrrah del Gamais, pure il confronto delle diverse annate del vino di Gamais, e le buone qualità di questo riscontrate nella zona alta in modo più sentito, fecero propendere la Commissione a consigliarlo come base di una sostituzione.
La prospettiva commerciale é vista come base per un impegno non di tipo speculativo, ma volto a realizzare un binomio tra l'esigenza del profitto, che tende a dilatare lo spettro delle classi sociali a cui si indirizza il mercato del vino, e la necessità di garantire la buona qualità del prodotto allo scopo di incentivarne la promozione commerciale.
Da un lato troviamo quindi il progetto di una viticoltura submontana basata su vitigni a maturazione precoce estranei all'ambiente agronomico delle aziende di Pomino e Nipozzano (mentre, ad esempio, quelli introdotti da Ricasoli a Brolio e da Guicciardini a Cusona appartenevano alla tradizione toscana); dall'altro un preciso orientamento verso la specializzazione e la verticalizzazione del processo produttivo.
] Quanto poi ai vini bianchi la Commissione si é pronunziata unanimemente per i due vitigni Roussanne e Pinot blanc, escludendo il Semillon e Sauvignon; il primo é piaciuto per la somma delicatezza del vino prodotto, ed il secondo per la sua finezza, e dovendosi dare una preferenza ai due fu ritenuto che la Roussanne vincesse il Pinot; però molto migliore di ambedue separati resultò il taglio dei medesimi a parti uguali e non potè a meno di consigliare la produzione a parti uguali di questo tipo.
D'altra parte, anche a Pomino la idea" di Vittorio non trovò continuità e la sua dirompendte iniziativa non fu proseguita, complici una serie di motivi: in primo luogo quello strutturale, vale a dire la ristrettezza del mercato regionale e nazionale per i ritardi nello sviluppo dei settori secondario e terziario (per cui la specializzazione produttiva risultava pericolosa in quanto esposta ai riflussi della domanda); in secondo luogo quello congiunturale, ossia la crisi del vino apertasi nella II metà degli anni 80 dell'Ottocento - contemporaneamente alla più generale crisi agraria, in particolare cerealicola per l'arrivo dei grani ucraini a basso costo per ferrovia - in seguito alla "guerra doganale" con la Francia e al conseguente blocco di buona parte delle esportazioni, che acuì le tradizionali difficoltà, incontrate anche da Ricasoli, nello smercio del vino italiano all'estero e determinò una situazione di sovrapproduzione e di crollo dei prezzi vinicoli a causa del sovraccarico di prodotto invenduto.
Sottopose quindi una serie di saggi sperimentali dei vini bianchi e rossi di Pomino e Nipozzano, come Comizio agrario di Firenze del 1875/76, ad una commissione composta da personaggi famosi tra cui Bettino Ricasoli, Adolfo Targioni Tozzetti, Francesco Lawley, Giulio Cocchi, Giuseppe Pasolini, ecc.
Portato inoltre per temperamento all'innovazione dirompente, egli si era spinto, con chiara visione, fino al punto di introdurre a Pomino alcuni, più pregiati, vitigni "bianchi" (Pinot grigio e bianco della Borgogna, Sauvignon, Semillon, Roussanne e Marsanne de l'Ermitage), allo scopo di dare il via alla produzione di un vino bianco che, nelle sue intenzioni doveva richiamare le caratteristiche organolettiche dello e che, infatti, nella tradizione popolare é rimasto fino ad oggi definito come lo di Pomino".
Nel primo caso si trattava di migliorare e accelerare la maturazione delle uve, in sostanza di sostituire o integrare con altri tipi di uve i vitigni, allora in uso a Pomino (sangioveto, canaiolo e trabbiano), che erano tutti a maturazione tardiva - tanto che la vendemmia veniva effettuata tra gli inizi e la metà di ottobre - in modo da ottenere un sufficiente grado zuccherino nell'uva e alcoolico nel vino.
Estintosi (con Amerigo degli Albizi) il ramo toscano, il padre di Vittorio, Alessandro, entrò in possesso negli anni 40 dell'Ottocento delle fattorie di Pomino, Nipozzano e Poggio a Remole, poi confluite nel patrimonio Frescobaldi in seguito al matrimonio della sorella di Vittorio, Leonia, con un membro di quella famiglia (Vittorio morì senza eredi nel 1877 a soli 39 anni).
E infatti, la posizione onde nascono i vini nostri più stimati: il Montepulciano, il Broglio, il Montalcino, il Pomino si trovano tutti situati a tale altezza, che é appunto pressochè il limite della attual cultura della vite.
Vittorio puntò immediatamente a dare una risposta concreta a questa necessità attuando, a Pomino, l'accentramento e l'ampliamento di tinaie e cantine in edifici di da cui vennero tolti i frantoi, onde garantire una più efficace direzione e un più accurato controllo sull'andamento della vinificazione e dell'invecchiamento, oltre che per sostenere il forte balzo in avanti delle produzioni di fattoria.
I vitigni non appartenenti alla tradizione toscana, introdotti tanto per il che per il stati scelti da Vittorio sulla base del criterio, esposto nella Memoria del '67, per cui dovevano presentare una capacità di maturazione precoce che, consentendo una vendemmia anticipata, permettesse di superare le difficoltà climatiche e altimetriche delle fasce di bassa montagna, dando modo di ottenere un prodotto di buona qualità, in virtù della sostituzione delle varietà di vitigni nostrali, laddove, in quella altitudine non sono utilmente profittevoli, non portando a perfetta maturità la loro uva, per guisa che il vino non può naturalmente acquistare quelle qualità superiori che distinguono il celebre Pomino.
In tale iniziativa l'Albizi era sorretto dalla conoscenza approfondita delle pratiche di viticoltura dei francesi, di cui era idealmente l'erede, una conoscenza che, nell'intento di migliorare il processo enologico e di far realizzare alla viticoltura pominese un salto qualitativo e quantitativo sul piano commerciale, lo aveva portato ad operare lucidamente quella di varietà di viti precoci" adatte alla regione viticola di bassa montagna di cui aveva "profeticamente" parlato nella Memoria sulla produzione del vino.
Sul merito del Carmenet e del Cabernet, la Commissione ritiene che questi non sieno adatti ad un tipo separato e speciale, ma che consociati colle altre uve tanto nostrali che estere, siano stati di utilissima introduzione per la maggior robustezza e rotondità, che hanno fatto acquistare al vino.
Maria in Pinzano (tra 300 e 500 metri di altitudine); al di sopra il vino era piuttosto scadente in quanto le uve restavano in genere alquanto acerbe e con basso tenore zuccherino, per cui necessitavano, all'atto della vinificazione, del a dire dell'aggiunta di mosto per aumentare la gradazione alcoolica, procedimento cui talvolta bisognava ricorrere anche per il vino del settore di Pinzano.
Onde rendere meno difficile la vendita di questo, é costretto a governarlo con fiaschi 2½ mosto a barile, ed aggiungervi le vinacce avanzate al governo del vino del paese della zona media, quale pure esso governava con fiaschi due 2½ mosto ed una giummella di vinacce a barile.
Un orientamento evidente in primo luogo nella viticoltura esclusiva impostata da Vittorio e che trovava fino ad allora scarsi e marginali precedenti tra i grandi proprietari toscani; in secondo luogo nell'impegno verso la corretta trasformazione del prodotto il cui presupposto era l'accentramento delle tinaie e delle cantine, tolte dai poderi, in edifici di onde poter controllare appieno e quindi migliorare il processo di vinificazione; in terzo luogo in quel progetto di Società Enologica con altri proprietari toscani che doveva promuovere e favorire la commercializzazione (ma anche la trasformazione e la conservazione con metodi avanzati, attraverso stabilimenti ed impianti consorziati) del vino toscano, un'iniziativa che ebbe scarso successo, anche se appariva espressione di una genuina esigenza verso la realizzazione di economie di scala e verso una verticalità nella gestione delle fasi che conducevano dalla vigna al mercato.
L'arrivo della fillossera tra la fine dell'Ottocento e i primi del Novecento (a Pomino il parassita comparve intorno al 1910) determinò infine anche la perdita di buona parte del patrimonio di vigneti realizzati da Vittorio degli Albizi dato che, tra l'altro, la densità arborea di questi favoriva l'attacco del parassita radicale (nel catasto del 1929 ritroviamo infatti solo 3,4 ha di.
Produzione totale della fattoria di Pomino dal 1850 al 1940 (medie annue decennali) Decennio.
Serrando ancora una volta razionalmente l'iniziativa enologica e imprenditoriale alla scelta della vocazione ambientale (il suolo acido pominese si prestava particolarmente al vino bianco), egli aveva dato il via ad un tipo di produzione che costituiva un'assoluta novità per l'ambiente agrario pominese, in cui non esisteva, fino ad allora, alcuna tradizione di vino bianco, un prodotto divenuto invece ai giorni nostri, grazie alla dell'ultimo Albizi, una delle produzioni punta" dell'azienda pominese (questo vino, migliorato con nuovi vitigni selezionati clonalmente, ha infatti ottenuto la DOC nel 1983).
Il Montepulciano sopra il livello del mare si trova all'altezza di 640 metri, il Broglio a metri 550, il Montalcino a metri 570, il Pomino a metri 530.
Le uve francesi a maturazione precoce, grazie ai risultati positivi che dettero a Pomino, costituirono per Vittorio il cardine attorno al quale ruotò il suo tentativo di rinnovamento agronomico nelle sue aziende della Valdisieve; un tentativo che, in vista di un rialzo del saggio del profitto, puntava comunque su elementi che denotavano il valore ed il significato ideologico di capitalismo teso ad utilizzare in maniera ottimale tutti i fattori produttivi (terra, capitale, lavoro, tecnologia) puntando inoltre lucidamente sullo sviluppo di consumi di massa e dell'occupazione agricola.
Gli esperimenti in campo vitivinicolo condotti a Pomino e coronati dal successo inducono Vittorio ad una sorta di visione profetica, in cui si esprime l'euforia per quella che sente come un' pionieristica": Ho accennato alla scelta di varietà di viti precoci, nostrali o estere, perchè esse possano maturare perfettamente le loro uve in un clima, che fornisca loro minor somma di gradi di caldo, di quella occorrente alle nostre comuni specie, e possano così innalzarsi ad un livello di oltre 200 metri al disopra delle nostre [.
Pur troppo però questo buon vino non é prodotto che da pochi poderi e molto olivati, mentre negli altri tutti l'uve non raggiungono una sufficiente maturazione a causa della altitudine e del clima, e producono un vino tanto più scadente quanto più s'innalza la coltura; cosicchè la totale produzione di circa 1500 ettolitri si compone di un solo terzo vino buono, un terzo vino mezzano di seconda qualità, ed un terzo vino scadente affatto.
Del tutto insoddisfacente risultò invece l'introduzione del vitigno Pinot noir che tendeva ad e, laddove aumentava la sua percentuale nel vino, dava un gusto che aveva il difetto [.
L' nella fattoria di Pomino tra il 1884 e il 1929 (in ettari).
Viticoltura a Pomino
Per quanto riguarda la vinificazione, il metodo di Vittorio comprendeva, tra l'altro, più fasi di follatura delle uve (metodo consistente nel risospingere le vinacce in fondo ai tini per avere un vino più limpido e purgato); ma per assicurare la corretta esecuzione delle operazioni occorreva un pieno e diretto intervento da parte padronale nel processo.
Egli guarda alla fascia dei terreni, nella fattoria di Pomino, posti sopra i due nuclei di Palagio e delle Lame: é qui che si impegna ad impiantare la coltura esclusiva della vite utilizzando, sull'esempio dei viticoltori transalpini, vitigni a maturazione precoce, cercando così di superare anche quello che era il tradizionale limite della viticoltura pominese (vini "immaturi" e scadenti oltre un certo livello altimetrico per la scarsa maturazione delle uve), eliminando inoltre una pratica, quella del "governo" del vino, che in tali condizioni finiva comunque per essere un rimedio del tutto inadeguato e qualitativamente inefficiente.
In questo modo veniva però a determinarsi un'ulteriore strozzatura a livello commerciale, in quanto al vino erano preclusi i mercati internazionali (in pratica veniva consumato solo in ambito locale o tutt'al più regionale), sià perchè non piaceva quanto a gusto e caratteristiche organolettiche, sia perchè reggeva difficilmente ai trasporti, soprattutto per via mare, e tendeva a deteriorarsi.
appaia personalmente convinto di questa sua posizione (e a Pomino ne darà prova, affidando le vigne a ossia "vignaioli"), viene naturale pensare che egli, nel proposito di aggregare al suo disegno la maggior parte dei proprietari toscani, intenda prospettare come una sorta di contropartita del rinnovamento agronomico, il mantenimento anche del suo progetto di viticoltura esclusiva nell'ambito del rapporto di mezzeria, fonte di rendita, senza grossi esborsi di capitale, e di stabilità sociale.



valutazione:
contenuti: vini pomino

 
vini e aziende vinicole
is a BLUE CONSULTANTS Project
SUBMIT YOUR SITE



Powered by Blue Consultants Web Communications