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TEXT CACHED
La posta in
gioco non era di poco conto: si trattava di conquistare un più vasto mercato
popolare, di sui mercati d'Italia", attraverso un aumento
produttivo, che abbassasse il prezzo del vino, mentre la possibilità di
allargamento delle prospettive commerciali andava affidata anche al
miglioramento qualitativo del prodotto.
Anche nell'azienda di Pomino la produzione migliore era
scarsa e limitata ai poderi della zona di Borgo e di S.
Ma leggiamo le motivazioni di Vittorio, illustrate in una lettera di
presentazione dei saggi inviata alla commissione giudicante, dalla quale emerge
chiaramente la qualità e razionale del suo approccio ed
una mentalità da agronomo consapevolemte impegnato nel progresso agrario: spesso avendo udito lamentare i pochi vantaggi, che trar si possono per la Enologia dai concorsi limitati all'assaggio di vini posti a semplice mostra, volli, per quanto potevo, nell'adire al Concorso presentare oltre ai miei migliori vini, una serie di saggi comparativi, frutto di culture sperimentali condotte più specialmente nel mio possesso a Pomino da qualche anno.
Posta la
vocazione climatica e ambientale della Toscana per il vino, egli afferma nella
sua che colpa [delle basse produzioni] é davvero
soltanto nostra".
Con questi
rimboschimenti Vittorio avviò un vero e proprio processo di riconversione sia
produttiva che ambientale nei territori alpestri dell'azienda pominese,
attivando in pratica - di fronte alla perdurante crisi dell'allevamento ovino
causata, a partire dagli anni 20-30 dell'Ottocento, dalla caduta dei prezzi dei
prodotti zootecnici e dalle successive oscillazioni con tendenza sempre al
ribasso - la dismissione della pastorizia" della prima metà
dell'Ottocento e, al contempo, la valorizzazione e l'incremento del patrimonio
boschivo, per cui ampi spazi pasturativi, sodivi e prativi cominciarono ad
essere occupati (o rioccupati rispetto ad una originaria facies forestale) dalla
fustaia di abete e di pino.
), una volta esauritosi, con la morte dell'ultimo Albizi,
l'impulso verso la viticoltura esclusiva, aveva dato slancio al processo di
"salita al monte" delle maglie viticole consociate ai frutti e ai
seminativi, e quindi circoscritte nell'ambito agrario della promiscua e
dell'ordinamento mezzadrile, determinando un forte rialzo delle produzioni
poderali di vino - pressochè raddoppiate tra gli anni 70 dell'Ottocento e il
primo decennio del Novecento e cresciute dai 385 ettolitri annui del 1849-52, ai
1050 circa del 1870-76, nonostante che nel frattempo (1853) si fosse abbattuta
la crittogama - nonchè la continuazione di quell'innovazione produttiva -
estranea fino ad allora alla tradizione locale, legata alla
"preveggenza" di Vittorio, che ne aveva saputo cogliere le grandi
potenzialità, e foriera di successivi cospicui sviluppi - relativa al
"bianco pominese".
I saggi di Pomino, presentati alla commissione, venivano
distinti a seconda dei vitigni, da cui erano stati ottenuti, e delle fasce
altimetriche (una bassa, tra i 350 e i 500 metri d'altezza, una media, tra i 500
e i 600, e una alta, oltre i 600).
Egli illustrò le basi teoriche del suo programma
nell'anzidetta Memoria sulla produzione del vino in Italia del 1867.
Albizi non fu presentato alcun saggio di vino di Pomino della zona alta, e ne spiegò la ragione col far noto, che esso é sempre scadente e non raggiunge che prezzi infimi.
Fu in sostanza l'iniziatore dell'attuale indirizzo
selvicolturale dell'azienda della Consuma dei Frescobaldi, che negli anni 20 del
Novecento si separò da quella di Pomino.
Al suo progetto di viticoltura specializzata submontana
Vittorio aveva cercato di dare corpo fin dal 1861 nella fattoria di Pomino dove
dette il via all'impianto di vigneti in una fascia compresa tra
i 500 e i 650-700 metri di altezza, secondo lo schema da lui proposto di una
regione viticola oltre i limiti dell'olivo mantenuta comunque nel quadro della
compartecipazione.
Egli é stato il
precursore degli ordinamenti produttivi attuali: con le vigne ha anticipato di
un secolo l'indirizzo vitivinicolo dei nostri giorni; con l'avvio dei
rimboschimenti ha indicato la strada da percorrere per lo sviluppo del settore
forestale, che, in risposta alla crisi della pastorizia, doveva creare (ed
effettivamente ha creato) una nuova opportunità economica nei settori alpestri,
dove ha corroso, fino ad estinguere oggi quasi totoalmente, le grandi praterie,
un tempo dominanti l'assetto montano della fattoria di Pomino.
Negli anni 60-70
dell'Ottocento lo scenario internazionale era favorevole alla viticoltura dati
gli alti prezzi spuntati dal vino in seguito alla forte contrazione produttiva
causata dalla crittogama o oidio che, soprattutto nelle annate 1852 e 1853 fece
perdere gran parte del raccolto e del patrimonio viticolo.
Le due zone (media ed alta) del suo esteso possesso a Pomino si é riscontrato, che non danno che prodotti scadenti per la difficoltà della maturazione delle uve, e per la rigidezza che subisce il clima all'epoca delle vendemmie.
Immediate
contromisure erano state prese con la diffusione della pratica della zolfatura e
ramatura delle viti (che vediamo già attiva a Pomino nel 1856-57) e con
l'immediato impulso alla ricostituzione del precedente livello di arborato
mediante l'impiego di propaggini (talee di vite ottenute piantando in terra e
facendo riemergere i lunghi tralci della pianta madre): un sistema tradizionale
ma sufficientemente efficace (laddove non si puntasse su un
"irrobustimento" selettivo dei vitigni), allora possibile non essendo
ancora sopraggiunta quell'infezione fillosserica che, a partire dal primo
Novecento, renderà obbligato l'innesto di ogni magliolo sul ceppo di vite
americana per difesa dalla parassitosi radicale.
Il periodo 1874-76, che precede la morte di Vittorio, presenta un
raccolto medio annuo di 146 ettolitri, pari al 12-13% di quello poderale, mentre
alle vigne iniziali si sono aggiunte, dal 1870, quelle di Prataccio, Prato a
Pomino, Rena, Bottega e delle Terrazze.
Questi due ultimi vitigni rendevano il vino della zona
medio-alta particolarmente profumato ed aromatico; in particolare il Syrrah dava
saggi di resultato" e per gusto, aroma e
rotondità" nonchè per e delicatezza" risultando in
sostanza avere stoffa" e presentare eccellenti
per una sostituzione" parziale o totale ai vitigni nostrali nella zona
media; adatta alla sostituzione era anche la consociazione tra il Syrrah -
comunque percentualmente maggioritario - e i vitigni del Cabernet (che
contribuiva a dare aroma e profumo) e del Carmenet (che dava robustezza e
rotondità).
Infatti, oltre al limite climatico, i
suoli individuati da Vittorio, posti a monte dell'abitato di Pomino, soffrivano
di una certa povertà ed eccessiva acidità di humus, nonchè della tendenza ad
inaridirsi, derivando dal disfacimento della formazione arenacea e presentando
quindi un prevalente tenore siliceo e micaceo con poca argilla.
Fino da molto tempo [almeno dall'avvio dei vigneti a Pomino] ho acquistato invece la convinzione che vi é una via che può condurci col tempo alla meta senza disturbo delle nostre pratiche agrarie, e questa é la creazione di una regione viticola oltre il limite delle attuali coltivazioni dell'ulivo mediante la cultura esclusiva di varietà di vitigni a maturazione precoce, sia che le possiamo scerre fra le nostre, sia che le dobbiamo imprestare all'estero.
rilevante é la serie di saggi presentati da Vittorio
degli Albizi alla commissione: ben 23 per il Pomino rosso, 13 per il Pomino
bianco e 14 per il Nipozzano rosso (la fattoria di Nipozzano si estende sui
bassi e medi contrafforti del monte della Consuma, nel varsante destro del
crinale compreso tra Sieve, Arno e Vicano di Pelago, arrivando ugualmente ad
altitudini sui 600 metri), a dimostrazione di un impegno di sperimentazione
enologica accurata e consapevole che non voleva lasciare nulla al caso, tanto
che per il saggio di maggiore impatto sperimentale, del tutto fondato sulla
tradizione enologica francese - quello, per il di Pomino,
composto di tutte uve estere (Gamais, Syrrah, Pinot, Carmenet e Cabernet)
coltivate nella zona medio-alta - se ne fanno due campioni, l'uno conservato in damigiane prima di passarlo in bottiglie, e l'altro imbottigliato nel 1874 passando direttamente dalla botte alla bottiglia.
Si trattava di giudicare della
qualità del vino bainco pominese, che per merito suo aveva visto la luce, e
della possibilità di ovviare agli scadenti caratteri organolettici del
"rosso" prodotto nella zona sopra Palagio, attraverso la parziale o
totale sostituzione dei vitigni nostrali con quelli francesi a maturazione
precoce.
Gli ultimi quattro anni della vita di Vittorio degli Albizi
rappresentano il culmine della sua attività di enologo ed imprenditore e sono
segnati da importanti riconoscimenti e premi per il vino da lui prodotto a
Pomino: nel 1873 all'esposizione universale di Vienna il vino della fattoria
ottiene un prestigioso attestato di qualità; nel 1875 il riporta la medaglia d'oro al concorso regionale; nel 1878, ad un
anno dalla morte di Vittorio, arriva un altro riconoscimento all'esposizione
universale di Parigi.
Vittorio diventava così il precursore ottocentesco (nel caso
del il vero e proprio fondatore") per i
futuri indirizzi agronomici della fattoria di Pomino nel II dopoguerra, una
volta il fenomeno dell'esodo colonico e affermatasi la
necessità della riconversione produttiva basata sui vigneti specializzati,
sulla razionale integrazione tra vitigni nostrali e francesi per il
"rosso" (con predominio dei nostrali) e sull'utilizzo di quelli di
origine francese per il (vitigni comunque tutti migliorati
dalla selezione clonale rispetto agli originari introdotti dall'ultimo rampollo
Albizi).
Il mio possesso di Pomino, che si stende sul fianco di uno dei tanti sproni dell'Appennino esposto a mezzogiorno ponente, produce nella sua parte più bassa un vino molto apprezzato in paese e decantato anco dal poeta Redi [nel poema in Toscana"].
Sorretto da una ferrea fiducia, tipicamente liberistica,
nelle possibilità di espansione del mercato agricolo nazionale ed
internazionale (si era in un momento di congiutura agraria favorevole), Vittorio
ripercorse a ritroso le orme dei suoi antenati, importando in Italia la
tecnologia vitivinicola e lo spirito d'intrapresa dei francesi e riversando a
Pomino larga parte del suo geniale impegno di agronomo e di imprenditore.
Gli estesi vigneti posti a monte della strada
provinciale pominese, danno oggi un pregevole vino, che ha ottenuto la D.
Per la realizzazione del suo programma di valorizzazione enologica e di
rivitalizzazione della viticoltura pominese Vittorio sperimentò nei nuovi
vigneti, introducendoli dalla Francia e affiancandoli, per il vino nero, alle
uve nostrali (Sangioveto, Canajolo nero e bianco, Trebbiano), i vitigni Petit
Gamais de Beaujolais, Carmenet, Cabernet, Verdot, Pinot
noir de la Borgogne, Syrrah de l'Ermitage.
La costanza del tipo nella consociazione di queste due uve era un elemento sicuro di prospero avvenire, ed a ciò si aggiunga il favore, con cui il commercio aveva accolto questo nuovo vino del March.
Il contributo
dell'ultimo rampollo della illustre famiglia fiorentina al tentativo di
rinnovamento dell'agricoltura e, in genere, del settore primario in Toscana
riguardò principalmente il comparto vitivinicolo e quello forestale ed ebbe
come epicentro la fattoria di Pomino in Valdisieve estesa sull'alto versante
destro del torrente Rufina.
Il giudizio certamente che la Commissione ha emesso sui ricordati vini é relativo affatto alla località di Pomino, nella quale gli esperimenti si sono fatti; si errerebbe grandemente se si volesse dedurre, che dappertutto convenisse abbandonare i vitigni nostrali per sostituirvi gli esteri, ma ciò non toglie che anche da altri si debbano e si possano fare analoghi esperimenti, là dove la produzione giunge appena ad un merito ordinario, e vedere così di aumentare la quantità del prodotto atto alla esportazione sulla quale veramente riposa la prosperità economica di un paese.
Infatti, se
all'intento di promuovere un più largo commercio del vino al di fuori dei
confini d'Italia si collegava l'impegno verso il miglioramento qualitativo del
prodotto, il raggiungimento di quei livelli quantitativi di produzione che
fossero in grado di dare un maggior respiro all'offerta, incentivando anche la
domanda grazie alla riduzione dei prezzi, implicava il superamento dei
condizionamenti della policoltura e, soprattutto (di questo Vittorio doveva
esserne senz'altro consapevole), significava il recupero e la rivitalizzazione
agronomica di vaste superfici - altrimenti poste ai margini della produttività
agricola - ai caratteri di un'agricoltura intensiva, di pregio e altamente
specializzata in grado di affrontare da posizioni di forza la concorrenza sul
mercato nazionale ed internazionale, fornendo una buona redditività e
assicurando sul piano sociale un almeno parziale assorbimento di quel surplus di
manodopera agricola che, proprio a fine Ottocento, stava assumendo dimensioni
numeriche preoccupanti.
Non a caso tra i numerosi saggi di vino esaminati dalla
commissione, quelli composti unicamente dalle tipiche uve pominesi raccolte
nella zona bassa e media vengono buonissimi" e aroma" (da tener presente che si tratta di vini governati, mentre é
il prodotto non governato a risultare robusto e mancante dei
caratteri tipici del luogo"), ma per quanto riguarda le fasce altimetriche
superiori (dai 600 metri in su) appariva assolutamente necessario il ricorso a
vitigni esteri più acclimatati ad areali freschi, tanto che dal Sig.
Nel settore
vitivinicolo, per limitarmi ai vitigni, si é avuto il miglioramento, grazie
alla selezione clonale, di quelli nostrali e di quelli introdotti da Vittorio;
inoltre, per il le uve Syrrah e Petit Gamais sono oggi usate
in misura minima, servendo a dare soprattutto aroma al vino; per il
"bianco" non é più usato il vitigno Roussanne (poichè dà un vino
troppo mentre il Pinot bianco e grigio, il Sauvignon, ecc.
Albizi, che in poco tempo aveva esaurito tutta la produzione del 1872, la quale sotto il nome di Pomino Bianco riportò la medaglia d'oro al Concorso Regionale dell'anno scorso.
Questi si ergeva a protagonista di un progresso agronomico in territori
colturalmente marginali, dando inizio a quella tradizione del vino bianco
pominese oggi saldamente affermata nell'azienda di proprietà Frescobaldi.
In cantina bisogna
procedere verso una corretta trasformazione del raccolto che assicuri
l'affidabilità del vino in termini di enologico" (gusto,
grado alcoolico, caratteri organolettici, ecc.
In primo luogo
vi é, per Vittorio, la scarsità dei raccolti ("pressochè 100 litri per
individuo" in Italia e litri per testa" in Toscana),
imputabile congiunturalmente anche all'"invasione dell'oidium" che,
"non solo scemò il prodotto in vino attaccando le uve, ma ha isterilito la
pianta, distrutto gran parte delle vecchie coltivazioni ed infiacchito molte fra
le giovani", per cui prezzo dei vini da diversi anni elevato é
poco accessibile, in molte provincie, alle classi operaie" (50 centesimi al
litro); in secondo luogo vi é il problema della corretta trasformazione e
conservazione del prodotto, soprattutto in Toscana, ché, infatti, [.
Per quanto riguarda il Petit Gamais, questo forniva risultati solo
in parte apprezzabili nella zona media (e scadenti in consociazione con Pinot
nero), mentre riscontrò che il Gamais aveva molto guadagnato nella
zona alta", dando di sè buona prova e fornendo corpo e sostanza al vino (ancorchè
un certo gusto di e quindi migliorandone caratteri
organolettici e grado alcoolico grazie a quella maturazione precoce che era il
requisito principale ricercato da Vittorio per quelle uve destinate a migliorare
la vinificazione a Pomino e a far salire la vite in altezza, alla conquista di
territorio altrimenti agronomicamente si osserva [infatti] che la media della maturazione delle uve Petit Gamais e Petit Nicolas che compongono questo vino [di sole uve francesi raccolte nella zona alta] é il 24 settembre, mentre le uve nostrali in quella medesima zona maturano verso il 12 ottobre.
Tornando all'analisi di Vittorio, egli nota dunque una serie
di limiti che condizionano le potenzialità di allargamento del mercato vinicolo
ad un maggior consumo di massa, esteso alle classi popolari, che é nei suoi
auspici: da un lato la scarsa quantità del prodotto (circa 80 litri pro capite
in Toscana) che determina un abnorme rialzo dei prezzi, dall'altro la
mediocrità di questo, per cui solo pochi risultano i vini di qualità, a causa
di vistose carenze in termini di tecnologia agronomica e di trasformazione,
tanto che il vino toscano, spesso ha in genere poca
capacità di conservazione e di invecchiamento, oltre a presentare un gusto
scadente e scarsa resistenza ai trasporti, durante i quali tende sovente a
deteriorarsi.
Oggi però a noi non manca commercio sufficiente per il collocamento di abbondanti raccolti di vino.
Resultato di questi tentativi é pure la serie vino bianco di Pomino, che ho creduto poter presentare al concorso [del 1875 dove ottenne la medaglia d'oro] perchè più sicura e costante nei resultati, e perchè il commercio interno ed estero me lo ha molto favorevolmente accolto, e con questo non venivo ad usurpare cosa alcuna alla tradizione che di vino bianco in Pomino non s'era mai occupata.
Pei vini rossi ha presentato i prodotti del Pinot noir, del Petit Gamais, del Gamais Nicolas, del Syrrah, del Carmenet e del Cabernet; e pronunziandosi la Commissione sul merito di ciascuna uva é venuta nel concetto, che il Syrrah ed il Petit Gamais siano le due qualità alle quali possa chiedersi una sostituzione con associazione; e sebbene abbia nel seno della Commissione incontrato più favore il Syrrah del Gamais, pure il confronto delle diverse annate del vino di Gamais, e le buone qualità di questo riscontrate nella zona alta in modo più sentito, fecero propendere la Commissione a consigliarlo come base di una sostituzione.
La prospettiva commerciale é
vista come base per un impegno non di tipo speculativo, ma volto a realizzare un
binomio tra l'esigenza del profitto, che tende a dilatare lo spettro delle
classi sociali a cui si indirizza il mercato del vino, e la necessità di
garantire la buona qualità del prodotto allo scopo di incentivarne la
promozione commerciale.
Da un lato troviamo quindi il progetto di una viticoltura
submontana basata su vitigni a maturazione precoce estranei all'ambiente
agronomico delle aziende di Pomino e Nipozzano (mentre, ad esempio, quelli
introdotti da Ricasoli a Brolio e da Guicciardini a Cusona appartenevano alla
tradizione toscana); dall'altro un preciso orientamento verso la
specializzazione e la verticalizzazione del processo produttivo.
] Quanto poi ai vini bianchi la Commissione si é pronunziata unanimemente per i due vitigni Roussanne e Pinot blanc, escludendo il Semillon e Sauvignon; il primo é piaciuto per la somma delicatezza del vino prodotto, ed il secondo per la sua finezza, e dovendosi dare una preferenza ai due fu ritenuto che la Roussanne vincesse il Pinot; però molto migliore di ambedue separati resultò il taglio dei medesimi a parti uguali e non potè a meno di consigliare la produzione a parti uguali di questo tipo.
D'altra parte, anche a
Pomino la idea" di Vittorio non trovò continuità e la sua
dirompendte iniziativa non fu proseguita, complici una serie di motivi: in primo
luogo quello strutturale, vale a dire la ristrettezza del mercato regionale e
nazionale per i ritardi nello sviluppo dei settori secondario e terziario (per
cui la specializzazione produttiva risultava pericolosa in quanto esposta ai
riflussi della domanda); in secondo luogo quello congiunturale, ossia la crisi
del vino apertasi nella II metà degli anni 80 dell'Ottocento -
contemporaneamente alla più generale crisi agraria, in particolare cerealicola
per l'arrivo dei grani ucraini a basso costo per ferrovia - in seguito alla
"guerra doganale" con la Francia e al conseguente blocco di buona
parte delle esportazioni, che acuì le tradizionali difficoltà, incontrate
anche da Ricasoli, nello smercio del vino italiano all'estero e determinò una
situazione di sovrapproduzione e di crollo dei prezzi vinicoli a causa del
sovraccarico di prodotto invenduto.
Sottopose quindi una serie di saggi sperimentali
dei vini bianchi e rossi di Pomino e Nipozzano, come Comizio agrario di Firenze del 1875/76, ad una commissione composta da
personaggi famosi tra cui Bettino Ricasoli, Adolfo Targioni Tozzetti, Francesco
Lawley, Giulio Cocchi, Giuseppe Pasolini, ecc.
Portato inoltre per
temperamento all'innovazione dirompente, egli si era spinto, con chiara visione,
fino al punto di introdurre a Pomino alcuni, più pregiati, vitigni
"bianchi" (Pinot grigio e bianco della Borgogna, Sauvignon,
Semillon, Roussanne e Marsanne de l'Ermitage), allo scopo
di dare il via alla produzione di un vino bianco che, nelle sue intenzioni
doveva richiamare le caratteristiche organolettiche dello e che, infatti, nella tradizione popolare é rimasto fino ad oggi
definito come lo di Pomino".
Nel primo caso si trattava di migliorare e accelerare la maturazione
delle uve, in sostanza di sostituire o integrare con altri tipi di uve i
vitigni, allora in uso a Pomino (sangioveto, canaiolo e trabbiano), che erano
tutti a maturazione tardiva - tanto che la vendemmia veniva effettuata tra gli
inizi e la metà di ottobre - in modo da ottenere un sufficiente grado
zuccherino nell'uva e alcoolico nel vino.
Estintosi (con
Amerigo degli Albizi) il ramo toscano, il padre di Vittorio, Alessandro, entrò
in possesso negli anni 40 dell'Ottocento delle fattorie di Pomino, Nipozzano e
Poggio a Remole, poi confluite nel patrimonio Frescobaldi in seguito al
matrimonio della sorella di Vittorio, Leonia, con un membro di quella famiglia
(Vittorio morì senza eredi nel 1877 a soli 39 anni).
E infatti, la posizione onde nascono i vini nostri più stimati: il Montepulciano, il Broglio, il Montalcino, il Pomino si trovano tutti situati a tale altezza, che é appunto pressochè il limite della attual cultura della vite.
Vittorio puntò immediatamente a dare una risposta
concreta a questa necessità attuando, a Pomino, l'accentramento e l'ampliamento
di tinaie e cantine in edifici di da cui vennero tolti i
frantoi, onde garantire una più efficace direzione e un più accurato controllo
sull'andamento della vinificazione e dell'invecchiamento, oltre che per
sostenere il forte balzo in avanti delle produzioni di fattoria.
I vitigni non appartenenti alla tradizione
toscana, introdotti tanto per il che per il stati scelti da Vittorio sulla base del criterio, esposto nella Memoria
del '67, per cui dovevano presentare una capacità di maturazione precoce che,
consentendo una vendemmia anticipata, permettesse di superare le difficoltà
climatiche e altimetriche delle fasce di bassa montagna, dando modo di ottenere
un prodotto di buona qualità, in virtù della sostituzione delle varietà di vitigni nostrali, laddove, in quella altitudine non sono utilmente profittevoli, non portando a perfetta maturità la loro uva, per guisa che il vino non può naturalmente acquistare quelle qualità superiori che distinguono il celebre Pomino.
In tale iniziativa l'Albizi era sorretto dalla
conoscenza approfondita delle pratiche di viticoltura dei francesi, di cui era
idealmente l'erede, una conoscenza che, nell'intento di migliorare il processo
enologico e di far realizzare alla viticoltura pominese un salto qualitativo e
quantitativo sul piano commerciale, lo aveva portato ad
operare lucidamente quella di varietà di viti precoci" adatte
alla regione viticola di bassa montagna di cui aveva
"profeticamente" parlato nella Memoria sulla produzione del
vino.
Sul merito del Carmenet e del Cabernet, la Commissione ritiene che questi non sieno adatti ad un tipo separato e speciale, ma che consociati colle altre uve tanto nostrali che estere, siano stati di utilissima introduzione per la maggior robustezza e rotondità, che hanno fatto acquistare al vino.
Maria in Pinzano (tra
300 e 500 metri di altitudine); al di sopra il vino era piuttosto scadente in
quanto le uve restavano in genere alquanto acerbe e con basso tenore zuccherino,
per cui necessitavano, all'atto della vinificazione, del a dire dell'aggiunta di mosto per aumentare la gradazione alcoolica,
procedimento cui talvolta bisognava ricorrere anche per il vino del settore di
Pinzano.
Onde rendere meno difficile la vendita di questo, é costretto a governarlo con fiaschi 2½ mosto a barile, ed aggiungervi le vinacce avanzate al governo del vino del paese della zona media, quale pure esso governava con fiaschi due 2½ mosto ed una giummella di vinacce a barile.
Un orientamento
evidente in primo luogo nella viticoltura esclusiva impostata da Vittorio e che
trovava fino ad allora scarsi e marginali precedenti tra i grandi proprietari
toscani; in secondo luogo nell'impegno verso la corretta trasformazione del
prodotto il cui presupposto era l'accentramento delle tinaie e delle cantine,
tolte dai poderi, in edifici di onde poter controllare
appieno e quindi migliorare il processo di vinificazione; in terzo luogo in quel
progetto di Società Enologica con altri proprietari toscani che doveva
promuovere e favorire la commercializzazione (ma anche la trasformazione e la
conservazione con metodi avanzati, attraverso stabilimenti ed impianti
consorziati) del vino toscano, un'iniziativa che ebbe scarso successo, anche se
appariva espressione di una genuina esigenza verso la realizzazione di economie
di scala e verso una verticalità nella gestione delle fasi che conducevano
dalla vigna al mercato.
L'arrivo della fillossera tra la fine dell'Ottocento e i
primi del Novecento (a Pomino il parassita comparve intorno al 1910) determinò
infine anche la perdita di buona parte del patrimonio di vigneti realizzati da
Vittorio degli Albizi dato che, tra l'altro, la densità arborea di questi
favoriva l'attacco del parassita radicale (nel catasto del 1929 ritroviamo
infatti solo 3,4 ha di.
Produzione totale della fattoria di Pomino dal 1850 al
1940
(medie annue decennali) Decennio.
Serrando ancora una volta
razionalmente l'iniziativa enologica e imprenditoriale alla scelta della
vocazione ambientale (il suolo acido pominese si prestava particolarmente al
vino bianco), egli aveva dato il via ad un tipo di produzione che costituiva
un'assoluta novità per l'ambiente agrario pominese, in cui non esisteva, fino
ad allora, alcuna tradizione di vino bianco, un prodotto divenuto invece ai
giorni nostri, grazie alla dell'ultimo Albizi, una delle
produzioni punta" dell'azienda pominese (questo vino, migliorato
con nuovi vitigni selezionati clonalmente, ha infatti ottenuto la DOC nel 1983).
Il Montepulciano sopra il livello del mare si trova all'altezza di 640 metri, il Broglio a metri 550, il Montalcino a metri 570, il Pomino a metri 530.
Le uve francesi a maturazione precoce, grazie ai risultati
positivi che dettero a Pomino, costituirono per Vittorio il cardine attorno al
quale ruotò il suo tentativo di rinnovamento
agronomico nelle sue aziende della Valdisieve; un tentativo che, in vista di un
rialzo del saggio del profitto, puntava comunque su elementi che denotavano il
valore ed il significato ideologico di capitalismo teso ad utilizzare in maniera ottimale tutti i fattori
produttivi (terra, capitale, lavoro, tecnologia) puntando inoltre lucidamente
sullo sviluppo di consumi di massa e dell'occupazione agricola.
Gli esperimenti
in campo vitivinicolo condotti a Pomino e coronati dal successo inducono
Vittorio ad una sorta di visione profetica, in cui si esprime l'euforia per
quella che sente come un' pionieristica": Ho accennato alla scelta di varietà di viti precoci, nostrali o estere, perchè esse possano maturare perfettamente le loro uve in un clima, che fornisca loro minor somma di gradi di caldo, di quella occorrente alle nostre comuni specie, e possano così innalzarsi ad un livello di oltre 200 metri al disopra delle nostre [.
Pur troppo però questo buon vino non é prodotto che da pochi poderi e molto olivati, mentre negli altri tutti l'uve non raggiungono una sufficiente maturazione a causa della altitudine e del clima, e producono un vino tanto più scadente quanto più s'innalza la coltura; cosicchè la totale produzione di circa 1500 ettolitri si compone di un solo terzo vino buono, un terzo vino mezzano di seconda qualità, ed un terzo vino scadente affatto.
Del tutto insoddisfacente risultò invece l'introduzione del
vitigno Pinot noir che tendeva ad e, laddove aumentava
la sua percentuale nel vino, dava un gusto che aveva il difetto
[.
L' nella fattoria di Pomino tra il
1884 e il 1929 (in ettari).
Viticoltura a Pomino
Per quanto riguarda la
vinificazione, il metodo di Vittorio comprendeva, tra l'altro, più fasi di
follatura delle uve (metodo consistente nel risospingere le vinacce in fondo ai
tini per avere un vino più limpido e purgato); ma per assicurare la corretta
esecuzione delle operazioni occorreva un pieno e diretto intervento da parte
padronale nel processo.
Egli guarda alla
fascia dei terreni, nella fattoria di Pomino, posti sopra i due nuclei di Palagio e delle Lame: é qui che si impegna ad impiantare la
coltura esclusiva della vite utilizzando, sull'esempio dei viticoltori
transalpini, vitigni a maturazione precoce, cercando così di superare anche
quello che era il tradizionale limite della viticoltura pominese (vini
"immaturi" e scadenti oltre un certo livello altimetrico per la scarsa
maturazione delle uve), eliminando inoltre una pratica, quella del
"governo" del vino, che in tali condizioni finiva comunque per essere
un rimedio del tutto inadeguato e qualitativamente inefficiente.
In questo modo veniva però a determinarsi un'ulteriore strozzatura a
livello commerciale, in quanto al vino erano preclusi i
mercati internazionali (in pratica veniva consumato solo in ambito locale o
tutt'al più regionale), sià perchè non piaceva quanto a gusto e
caratteristiche organolettiche, sia perchè reggeva difficilmente ai trasporti,
soprattutto per via mare, e tendeva a deteriorarsi.
appaia personalmente convinto di questa sua posizione
(e a Pomino ne darà prova, affidando le vigne a ossia
"vignaioli"), viene naturale pensare che egli, nel proposito di
aggregare al suo disegno la maggior parte dei proprietari toscani, intenda
prospettare come una sorta di contropartita del rinnovamento agronomico, il
mantenimento anche del suo progetto di viticoltura esclusiva nell'ambito del
rapporto di mezzeria, fonte di rendita, senza grossi esborsi di capitale, e di
stabilità sociale.
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