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Il “gioiello” tra i tre Ormesco prodotti dai Lupi, è sicuramente l’Ormeasco Superiore (si definisce così un Ormeasco che supera i 12,5 gradi alcolici ed è invecchiato almeno un anno) Le Braje, che nasce da vigneti posti in una ristretta fascia pedemontana posta alle spalle di Pieve di Teco, dove crescono grappoli più piccoli e dalla buccia più spessa rispetto a quelli piemontesi, ma dotati di tannini più dolci che assicurano un’insospettabile vita più lunga al vino.
La nuova Doc ligure è riferita ad un vino che faceva parte della Doc Riviera Ligure di Ponente, tipologia Ormeasco, è oggi prevista per le tipologie rosso, sciac-tra', rosso superiore, passito e passito liquoroso.
I vini devono essere ottenuti dalle uve prodotte dai vigneti di vitigno Ormeasco o Dolcetto in percentuale non inferiore al 95% e fino ad un massimo del 5% di uve di vitigni a bacca di colore rossa non aromatici, da soli o congiuntamente, comunque inseriti nella classificazione dei raccomandati ed autorizzati della provincia di Imperia.
Notizie della coltivazione del vitigno, una variante locale del Dolcetto, risalgono al 1303, con un editto del Podestà di Pornassio con il quale, su suggerimento di grandi feudatari liguri-piemontesi come i Marchesi di Clavesana, viene imposta la coltivazione di questo vitigno su tutto il territorio governato, in quanto il vino prodotto era già allora altamente apprezzato.
I produttori di Ormeasco hanno scelto la strada della differenziazione rispetto alla più vasta Denominazione d'origine controllata "Riviera Ligure di Ponente", con la precisa volontà di dare rilevanza all'assoluta peculiarità del loro vino.
Per ammorbidire questo carattere genuinamente burbero, assolutamente non ruffiano, autentico e “paysan” del vino, che se potesse parlare si esprimerebbe in vernacolo e non certo in inglese, vi consiglio di abbinarlo a piatti di carne di una qualche consistenza, dal coniglio con olive nere e funghi su cui mia moglie ed io l’abbiamo messo alla prova a casa, a spezzatini e umidi, anche saporiti e speziati, sino ad una lepre in salmì o a preparazioni di selvaggina e cacciagione.
Chi a questo vino, accanto a produttori operanti a Pornassio come Nicola Guglierame e Giampaolo e Lorenzo Ramò, ha sicuramente sempre creduto, producendone non solo una versione base, ed una “sciac-tra'”, ma addirittura una cru, è la casa vinicola Lupi di Pieve di Teco nell’imperiese, che da una dozzina d’anni abbondante si avvale della consulenza di quel grande enologo che è Donato Lanati.
C’è da augurarsi che in coincidenza con l’avvento della nuova denominazione l’Ormeasco, questo piccolo gioiello della vitivinicoltura ligure, prodotto in meno di 200 mila bottiglie, in dodici Comuni dell’Alta Valle Arroscia, riesca a farsi conoscere e s’imponga presso un pubblico più vasto.
In bocca, molto preciso e saldo, ben asciutto, mostra un frutto ben polputo, vivo, ancora pienamente masticabile e mai ridotto a marmellata, un’ampia consistenza terrosa, un’ottima struttura tannica, con tannini ben sostenuti che si fanno ancora sentire ed innervano il vino, e un finale lungo, persistente, caldo e nervoso, con una bellissima acidità sapida ed una vena di mandorla che costituiscono la spina dorsale del vino.
Sicuramente l’azienda più nota e più grande (ma siamo sempre nell’ottica di 160 mila bottiglie complessivamente prodotte) e maggiormente in grado, grazie a vini come i Riviera Ligure di Ponente Vermentino Le Serre e Pigato Le Petraie, al Vignamare, di diffondere al di fuori dei confini regionali il messaggio di biodiversità dei vini liguri.
L’Ormeasco è un vino più di montagna (alcuni vigneti raggiungono infatti gli 800 metri di altezza, una quota insolita per la vite) che "di mare".
Va difatti considerato che i pochi vitigni rossi di origine rivierasca hanno sempre avuto vita grama qui a ridosso delle Alpi Liguri e Marittime e le precoci gelate autunnali non consentono la completa formazione delle uve di quei vitigni che raggiungono la maturazione fisiologica solo dopo la metà di ottobre, il che spiega storicamente l’introduzione del Dolcetto delle Langhe, dalla maturazione più precoce.
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Un vino che rivela dichiaratamente la propria origine ligure, la provenienza da un habitat posto tra bosco e riviera, tra macchia e montagna, e quindi un vino, assolutamente in controtendenza rispetto ai rossi piacioni e morbidoni oggi tanto diffusi, che mantiene un che di piacevolmente selvatico, brusco, da Dolcetto di montagna che si concede, ma rimanendo ancora un po’ sulle sue, burbero e scontrosetto.
Le Braje è un vino particolarissimo, vinificato in acciaio e affinato per un 5-10 % in barrique per circa 11 mesi.
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